La pazienza
Il professor Bonazza ha perso la pazienza e decide di cercarla all’Ufficio oggetti smarriti del Comune.
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Da alcuni giorni il professor Bonazza aveva perso la pazienza e, non riuscendo più a trovarla, decise di rivolgersi all’Ufficio oggetti smarriti del Comune.
Per il professore, dotato di una mente brillante ma poco incline a risolvere i problemi pratici della vita quotidiana, districarsi tra i vari uffici municipali fu un’impresa ardua. Alla fine, dopo diverse e contrastanti indicazioni, trovò quello giusto. Naturalmente era in fondo a destra, come i servizi.
Da qualche tempo l’amministrazione pubblica cercava di presentarsi in modo più amichevole ai cittadini, ma il cartello appeso alla porta ben chiusa — «Si prega di bussare e attendere» — sembrava contraddire ogni buona intenzione.
Il professore bussò e attese per qualche minuto, senza ricevere alcun segnale. Provò di nuovo e, per rendere più evidente la propria presenza, simulò anche un colpo di tosse. Dall’interno giunse finalmente qualche rumore, seguito dalla tanto attesa parola magica:
— Avanti!
— Permesso! — esclamò il professore, entrando con una certa impazienza.
Una grande vetrata divideva lo spazio riservato al pubblico da quello dei dipendenti. Solo un piccolo pertugio consentiva il passaggio di minuscoli oggetti fra le due zone. Come in molti uffici pubblici, la separazione non serviva tanto a proteggere i modesti valori custoditi, quanto a salvaguardare i burocrati dal contatto diretto con i cittadini, quasi fossero appestati dai quali mantenere le dovute distanze.
Con aria annoiata, l’unica impiegata presente sollevò lo sguardo dalla rivista di pettegolezzi nella quale era immersa.
— Mi dica, come posso esserle utile? — domandò in tono automatico, come le avevano insegnato ai corsi di formazione, sebbene la sua espressione dicesse chiaramente: “Che cosa vuole questo seccatore?”.
— Buongiorno. È qui che si recuperano le cose perdute?
— Se qualcuno le ha ritrovate, sì.
— Ecco, io ho perso la pazienza e, con il lavoro che faccio — insegno matematica ai ragazzi — non possederla più sta diventando un problema.
— La pazienza… — ripeté l’impiegata. — Potrebbe descrivermela? Sa, per capire se ne abbiamo una in magazzino.
— È difficile darne una descrizione. Però, quando uno la perde, se ne accorge di sicuro.
— Mi sembra una definizione piuttosto vaga. Almeno sa dirmi a che cosa serve?
L’impiegata afferrò una penna e un foglio, pronta a prendere nota delle indicazioni del professore. Era un espediente utile per fingere interesse verso i problemi altrui; spesso, infatti, il foglio finiva direttamente nel cestino.
— Anche questo non è semplice da spiegare — rispose il professore, pensieroso. — Lei non ne fa uso, signorina?
— Signora, prego! — lo corresse, stizzita. Poi aggiunse: — Comunque, adesso che mi ci fa pensare, credo di starne facendo uso proprio in questo momento, con lei. Nell’inventario, però, non risulta che sia mai stata ritrovata la pazienza di qualcuno. Ritengo quindi, con una buona dose di certezza, che la sua non ce l’abbia consegnata nessuno.
— Ne è sicura? Ho provato a cercarla dappertutto, ma non la trovo più.
— Guardi, sono assolutamente sicura: noi qui di pazienza non ne abbiamo. Possiamo trovare molta arroganza e parecchio egoismo. Mi risultano anche una certa quantità d’intolleranza, molta ingiustizia e non sa quanti pregiudizi sbuchino da ogni ambiente. Di quelli ne abbiamo in abbondanza. Se pensa che possano esserle utili, gliene posso fornire quanti ne vuole.
— No, no! — rispose il professore, spaventato. — I miei studenti ne possiedono già notevoli quantità.
— Allora mi dispiace, ma non posso fare altro per lei — concluse l’impiegata.
— E non c’è la possibilità che venga ritrovata nei prossimi giorni?
— È possibile. Ma crede davvero che, se qualcuno trova della pazienza, venga a portarla qui? Se la tiene di sicuro: è un bene prezioso e appartiene a chiunque la usi, anche se, a dire il vero, a goderne sono soprattutto gli altri. Comunque, per venirle incontro, mi lasci le sue generalità e, nel caso, sarà nostra cura ricontattarla. Signor… — disse, lasciando la frase in sospeso in attesa del nome.
— Sono il professor Giobbe Bonazza e abito in via… dunque… in via… Mi dispiace, signora, ma temo di aver perso anche la memoria — rispose preoccupato.
— Caro professore, quella ogni tanto la perdiamo tutti. Forse è proprio per questa mancanza che esistono tutte quelle altre brutte cose. Qui abbiamo molti oggetti smarriti per colpa della poca memoria, ma sono certa che i suoi ricordi non siano nel nostro magazzino — sentenziò l’impiegata.
— Già, probabilmente ha ragione. È meglio che torni a casa, sempre che riesca a ricordare la strada. Magari, se sono fortunato, lungo il tragitto ritrovo sia la pazienza sia la memoria.
Il professore uscì e, considerato che aveva perso la pazienza, fece accuratamente sbattere la porta.
L’impiegata rimise a posto la penna con fare infastidito, riprese la rivista e mormorò:
— Vai, vai… Hai fatto perdere la pazienza anche a me. E il guaio è che adesso c’è pure la mia da ritrovare.